Liberi liberi siamo noi

Diciamolo: il sistema economico dell’Ue è un sistema di un mercato “abolito”, un sistema di un’economia dal permanente e forte controllo centrale. Anche se la storia ha dimostrato in modo chiaro che non ci sono alternative concrete, ci siamo trovati di nuovo a camminare sulla stessa strada. Questo è il risultato di un aumento continuo sia del grado di scelte prese dai governi, sia del voler imbrigliare la spontaneità dei processi di mercato.
21 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 20:59
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Pubblichiamo ampi stralci del discorso che il presidente della Repubblica ceca (nella foto) ha tenuto all’Europarlamento il 19 febbraio 2009. Klaus sarà a Milano il 16 marzo, ospite dell’Istituto Bruno Leoni, per presentare il suo libro “Pianeta blu, non verde” (IBL Libri) nell’ambito del “Discorso Bruno Leoni 2009”.

Sono giunto qua dalla capitale della Repubblica Ceca, Praga, dal cuore dello stato ceco, da uno dei posti più importanti dove il pensiero, la cultura e la civiltà europea sono comparse e dove si sono sviluppate. Arrivo come rappresentante della nazione ceca, che è sempre stata, nelle sue varie forme, parte della storia europea, che spesso ha partecipato in modo diretto e significativo al formarsi della storia dell’Europa, e che desidera continuare a farlo anche oggi. (…).
Tra meno di tre mesi, la Repubblica ceca potrà celebrare il quinto anniversario dell’adesione all’Ue. Lo faremo con dignità. Celebreremo questo evento come un paese che – a differenza degli altri nuovi membri – non si sente frustrato dalle attese non soddisfatte della nostra appartenenza all’Ue. Quanto accaduto non mi sorprende e, per questo, vi è una spiegazione razionale. Le nostre attese erano realistiche. Sapevamo che stavamo entrando in una comunità creata e costituita da uomini in carne e ossa. Sapevamo che non si trattava di una costruzione utopistica, messa insieme senza tenere conto degli autentici interessi, delle visioni, delle opinioni, delle idee degli esseri umani.
Abbiamo interpretato la nostra adesione all’Ue come una conferma del fatto che ce l’avevamo fatta, abbastanza velocemente (in meno di 15 anni dal crollo del comunismo), a diventare di nuovo un “normale” paese europeo; dall’altra parte, abbiamo creduto (e lo pensiamo ancora) di poter cogliere l’opportunità di partecipare attivamente al processo di integrazione europea, vedendoci la possibilità di beneficiare di un’Europa già molto bene integrata e di influenzare questo processo secondo il nostro punto di vista.
In questa occasione, vorrei ripetere ancora una volta in modo chiaro e ad alta voce – per quanti di voi che ancora non lo sanno o non lo vogliono sapere – la mia convinzione: per noi non c’è e non c’è mai stata alcuna alternativa all’appartenenza all’Ue, e nel nostro paese non c’è nessuna forza politica rilevante che vorrebbe o potrebbe indebolire tale convinzione. Perciò siamo rimasti colpiti dai continui attacchi che abbiamo dovuto affrontare; attacchi basati su premesse infondate, secondo cui i cechi cercherebbero di introdurre un altro tipo di progetto di integrazione rispetto a quello cui hanno aderito cinque anni fa. Tutto questo non è vero.
I cittadini della Repubblica ceca sentono che l’integrazione europea realizza una missione e uno scopo importanti e necessari, che possono essere riassunti nel seguente modo: eliminare le inutili – sono controproducenti per la libertà dell’uomo e per la sua prosperità – barriere alla libera circolazione di persone, beni, servizi, idee, filosofie politiche, punti di vista sul mondo, modelli culturali e comportamenti che si sono formati nel corso dei secoli; cooperare nella fornitura, esistente a livello continentale, di beni pubblici, intendendo con ciò quei progetti che non possono essere sviluppati efficacemente attraverso negoziazioni bilaterali fra due (o più) paesi europei vicini (…).
Nei discorsi “politicamente corretti” di questi giorni, ci vengono spesso illustrati gli altri possibili effetti positivi dell’integrazione europea, che sono, però, di minore e secondaria importanza. Di più, questi discorsi rispecchiano il più delle volte le ambizioni dei politici di professione e delle persone a essi legate, non l’interesse di un cittadino qualsiasi di un paese europeo.
Quando ho detto che l’appartenenza all’Ue non ha avuto e non ha tuttora alcuna alternativa, ho espresso soltanto la metà di quello che deve essere detto. L’altra – logica – metà della mia affermazione è che i metodi e le forme dell’integrazione europea, al contrario, hanno un ampio numero di possibili e legittime varianti, come è stato dimostrato negli ultimi 50 anni. La fine della storia non esiste. Affermando che lo status quo, ovvero la presente forma istituzionale dell’Ue, è un dogma incontestabile, si commette uno sbaglio che sfortunatamente si sta diffondendo a grande velocità, e che rappresenta non soltanto la contraddizione del pensiero razionale ma contraddice anche tutta la storia di due millenni di civilizzazione europea. Lo stesso errore riguarda l’accettazione a priori, e perciò ugualmente criticabile, che esista uno e un solo possibile e corretto futuro dell’integrazione europea, ovvero l’“ever-closer Union”: l’avanzamento verso un più profondo accentramento delle scelte politiche degli stati membri. Né lo status quo né l’accettazione della continua assunzione di poteri da parte dell’Ue sono una benedizione, non sono – o non dovrebbero essere – dogmi per i cittadini europei e democratici.
L’applicazione di tali punti di vista, propugnati da quelli che si considerano – per usare una frase di un famoso scrittore ceco, Milan Kundera – “i proprietari delle chiavi” dell’integrazione europea, è inaccettabile (…). L’attuale sistema decisionale dell’Ue è diverso da quello di una classica democrazia parlamentare, testata e forgiata dalla storia. In un normale sistema parlamentare, una parte dei deputati sostiene il governo e un’altra si pone all’opposizione. Nel Pe non è affatto così. Qui una sola opzione viene promossa e quelli che osano proporre un’opinione diversa sono etichettati come nemici dell’integrazione. Non tanto tempo fa, nella nostra parte d’Europa vivevamo in un sistema politico che non concedeva alcuna alternativa, e pertanto anche nessuna opposizione parlamentare. E’ stato tramite questa esperienza che abbiamo imparato un’amara lezione: con l’assenza di una opposizione, non c’è la libertà. Perciò le idee politiche discordanti devono esistere.
E non soltanto queste. La relazione tra un cittadino di uno stato membro e un rappresentante dell’Unione non è la relazione standard tra un elettore e un eletto, suo rappresentante. C’è una distanza tra i cittadini e i loro rappresentanti, che è più grande di ciò che avviene all’interno degli stati membri. Questa distanza è molto spesso descritta come un deficit democratico, una perdita di responsabilità. La proposta di cambiare lo stato attuale delle cose – inclusa nella respinta Costituzione europea o nel, non tanto differente, Trattato di Lisbona – avrebbe reso questo problema ancora più grande (…). Io temo che i tentativi per accelerare e rendere più stretta l’integrazione, spostando il luogo dove prendere le decisioni sulle vite dei cittadini dai paesi membri al livello comunitario, potrebbe dare risultati che metteranno a rischio tutti i successi conseguiti in Europa nell’ultima metà di secolo. Non possiamo sottovalutare le paure dei cittadini che temono che sui loro problemi si decida altrove e senza di loro, e che le possibilità d’influenzare queste decisioni siano e saranno molto limitate.
Finora, l’Ue ha fatto registrare molti successi, in parte grazie al fatto che il voto di ogni paese membro aveva lo stesso “peso”, e quindi non poteva essere ignorato. Non dobbiamo permettere che i cittadini degli stati membri vivano le loro vite con una sensazione di rassegnazione verso un progetto che non sentono loro, che si sta sviluppando diversamente da come avrebbero voluto, che sono costretti solamente ad accettarlo così come è. Molto presto e molto facilmente si potrebbe tornare ai tempi che speravamo rimanessero storia. Tutto ciò è strettamente legato alla questione della prosperità. Diciamolo: il sistema economico dell’Ue è un sistema di un mercato “abolito”, un sistema di un’economia dal permanente e forte controllo centrale. Anche se la storia ha dimostrato in modo chiaro che non ci sono alternative concrete, ci siamo trovati di nuovo a camminare sulla stessa strada. Questo è il risultato di un aumento continuo sia del grado di scelte prese dai governi, sia del voler imbrigliare la spontaneità dei processi di mercato. Nei mesi recenti, questa tendenza è stata ulteriormente rafforzata dall’interpretazione sbagliata delle cause dell’attuale crisi economica e finanziaria, come se fosse stata causata dal libero mercato, mentre in realtà è il contrario – l’ha prodotta l’intervento della politica sul mercato. E’ di nuovo necessario accennare all’esperienza storica fatta dalla nostra parte d’Europa e alla lezione che ne abbiamo tratto.
Tanti di voi certamente conoscono il nome di un economista francese, Frédéric Bastiat, e la sua famosa “Petizione dei produttori di candele”, la quale è diventata un famoso studio sull’assurdità degli interventi pubblici nell’economia. Il 14 novembre 2008, la Commissione europea ha approvato una vera, non fittizia, Petizione di Bastiat dei produttori di candele e ha imposto una tariffa del 66 per cento sulle candele importate dalla Cina. Non avrei mai creduto che eventi raccontati in un saggio di 160 anni fa potessero diventare realtà, ma questo è avvenuto. Un effetto inevitabile dell’implementazione estensiva di questo tipo di misure in Europa porterà a un rallentamento dell’Europa, se non a un completo stop della crescita economica. L’unica soluzione è la liberalizzazione e la deregolamentazione dell’economia europea.
Lo dico perché sento una grande responsabilità verso il prosperoso e democratico futuro dell’Europa. Ho cercato di ricordarvi gli elementari principi sui quali è stata fondata la civiltà europea centinaia o migliaia di anni fa; principi, la validità dei quali non viene scalfita dal tempo, che sono universali e perciò dovrebbero essere seguiti anche nell’attuale Ue. Sono convinto che i cittadini dei singoli paesi membri desiderino la libertà, la democrazia e la ricchezza economica.
In questo momento, il compito più importante è assicurare una libera discussione su questi problemi, non permetterla sarebbe un attacco alla vera idea di integrazione europea. Noi abbiamo sempre creduto che discutere di questioni così importanti, venire ascoltati, difendere i diritti di tutti gli altri a presentare un’opinione diversa da quella imperante – anche se non siamo d’accordo – costituisce il cuore della democrazia che ci è stata rifiutata per più di quattro decenni. Noi, che abbiamo vissuto un’esperienza senza volerla, che ci ha insegnato che un libero scambio di opinioni e di idee è una condizione basilare per una democrazia sana, abbiamo la speranza che questa condizione verrà mantenuta e rispettata anche nel futuro. Questa è un’opportunità ed è l’unico metodo per rendere l’Ue più libera, più democratica e più prospera.
di Vaclav Klaus
(traduzione di Aleksandra Slowinska)